Chi è c. reger?

Da quello che ne so, è uno che cerca.
“Come sarebbe a dire? ”
Sì: uno che cerca.
Non è detto che chi si trova a cercare, sappia esattamente “che cosa”.
In fondo la ricerca sarebbe molto meno interessante, sapendo già tutto prima.
Invece no. Ci tocca cercare, scattare mille e mille foto, riempire un’infinità di fogli con segni e parole, e sperare che alla fine quel misterioso, inafferrabile “qualcosa” sia rimasto chiuso dentro la trappola, come un’aragosta dentro la nassa.
Eccola lì dietro la rete, che sonda il fondale con le sue antenne, e noi la guardiamo da fuori, cerchiamo di capire come è fatta, e quello che dice, nel suo incomprensibile stridio, prima di tirarla in secca, per sottoporla impietosamente agli occhi di tutti.

Come concili le tue diverse tendenze artistiche?(Scrittura,fotografia,incisioni)

Non si conciliano affatto. E’ curioso, ma a quanto pare si ignorano l’una con l’altra.
Gli scritti non hanno niente a che vedere con le foto, e queste sono estranee a incisioni e disegni.
Sono evidentemente accomunati da questo senso di ricerca, questo andare a tentoni, cercando di afferrare qualcosa che ci aiuti a capire qualcosa di più di noi stessi, di quello che abbiamo dentro, e normalmente non riusciamo a vedere.
In fondo il senso ultimo di foto, incisioni e racconti è proprio quello: mettere a fuoco anche una piccola porzione dell’invisibile che abbiamo intorno e dentro di noi.

Presentati con un’opera d’arte del passato di qualche grande (o non grande) artista e perché.

Una è troppo poco. I grandi ( o non grandi ) di cui siamo figli sono innumerevoli.
Li abbiamo dentro, e ci fanno da diapason per accordare i nostri manchevoli strumenti.
Ad ogni modo, tanto per sdrammatizzare un po’, ecco… un’opera davanti alla quale dovremmo ripassare spesso è quella della ” Pipa ” di Renè Magritte, quella che sotto la sagoma della pipa, scritta in bella calligrafia, quasi scolastica, come se compitasse un ritornello da mandare a memoria, recita il monito : ” Ceci n’est pas une pipe”.
Quasi con uno sberleffo, Magritte ci mette in guardia contro le false certezze, le etichette di comodo, la così diffusa illusione delle convenzioni.
Invece no: niente è mai soltanto quello che sembra.

La cosa che non sopporti e la cosa che ami nel mondo dell’arte.

La mancanza di idee, specialmente quella travestita da provocazione.
Amo l’esercizio dell’intelligenza, la possibilità di incontrarsi, su quel terreno, con persone sconosciute ed estranee, e scoprire una sorprendente vicinanza umana.
L’espressione che diventa – involontariamente e seguendo i sentieri del caso – anche comunicazione.
Più che una sorpresa, direi quasi un miracolo.

La persona o l’evento che ti ha cambiato la vita (a livello artistico).

Cambiare la vita direi di no: ne abbiamo una sola – a quanto si dice – e non possiamo sapere cosa sarebbe stata l’altra se non avessimo incontrato le persone (o le opere) che sono state importanti per noi, e hanno contribuito a farci per quello che siamo (nel bene e nel male).
In ogni caso, pietre miliari ce ne sono state molte, e così ricche di stimoli che non sono state lì ferme a guardarci passare, ma ci hanno seguiti nel cammino.
Se mi volto, le trovo qui a fianco, compagne fedeli cui potersi appoggiare, prendere slancio.
Tra tutti, penso ai versi lucidissimi di Eugenio Montale, alle luci lente di dei quadri di Vermeer, alle note centellinate di Satie e Arvo Part.

Hai già visto Camo? Che impressione ti ha fatto?

Non ancora. Ma mi ha già fatto un’ottima impressione, a sentirne parlare da Claudio con tanta passione. L’idea è coraggiosa e stimolante.
Credo che comunque quei giorni di maggio saranno indimenticabili.

La tua opera biglietto da visita.

Forse per quanto riguarda la fotografia, il lavoro più emblematico è “Vertigo” – l’unico scatto in cui, tra l’altro, compaia una figura umana (e si tratta – ovviamente – solo di un’ombra).

Museo a Cielo aperto. Come lo vedi il cielo sopra il progetto?

Purtroppo il cielo su Camo è il cielo che grava su tutto il resto dell’Italia.
Paese che per poter dire “Ho una grande vita davanti” prima deve voltarsi indietro.
Il cielo che illumina questo presente è grigio e basso.
Mi tornano in mente i versi di Georg Grosz: Der Himmel hangt blebutet und tief (…)
C’è da sperare che iniziative come quella del Museo a Cielo Aperto riescano a riscuotere il torpore diffuso, la disillusione, la sfiducia.
Probabilmente le grandi passioni sono le uniche che possano riuscirci.

Anteprima sul tuo lavoro che esporrai.

Si tratterà – in qualche modo – di un estratto dall’ultimo progetto fotografico: Lift to Atlantis.
Si tratta di un lavoro in cui, attraverso inquadrature di ville abbandonate, cerco di parlare del nostro animo, della nostra vulnerabile umanità.
Inseguendo la luce estenuata che abita ancora in questi luoghi, tento di far venire a galla ciò che resta di noi quando il furore dell’attimo si spegne, quando il silenzio prende il posto dell’assordante rumore della modernità, quando i giochi ormai sono finiti.
Forse ci sarà anche un video, un altro tentativo di metterci in ascolto, per cogliere ciò che questi luoghi dimenticati cercano di sussurrarci, con l’ultimo fiato che gli resta.

Esprimi un desiderio, per la tua vita artistica.

A che servono, i desideri?

P.S.: quanto al nome, qualcuno chiede “c.” per cosa stia: Carl, Conrad, o che altro. C. sta per C. , anzi: c. – e nient’altro.
I nomi non sono che etichette fittizie, che ci fanno credere di sapere qualcosa quando in realtà non sappiamo nulla. E allora una sola lettera, insieme a un punto, almeno ci ricordano che tutto è un’incognita, e credere di sapere è soltanto un’illusione.

 

 

Per vederne di più…

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