” ……Allora ecco il rosso, il verde.
E tutto questo prende il largo, muto, completamente muto.
Un’ occhio sprone……Non si dipinge mai ciò che si vede, o che si crede di vedere.
A impressione ricevuta, si dipinge a mille vibrazioni……….Nicolas De Staèl”

Una pittura in movimento, dal colore allo spessore ridimensionale: ecco come si può definire il lavoro di Giorgio Flis. I suoi toni liberati da ogni significato rappresentativo si trasformano in energie la cui tensione, i cui contrasti, i cui accordi, generano variazioni rigorosamente calcolate. Tutto un linguaggio inedito di forme e di colori si elabora così nella purezza e nell’intensità. Le sue immagini, anche sie prive di oggettivita’, divengono presenze concrete. Flis le considera alla stregua di realta’ superiori, di segni o di simboli di una religione suprema della bellezza e della vita.
Una pittura che si fa ambiente e ci avvolge al fine di metterci di fronte alla propria interiorita’. Quella zona che sta tra il pensiero che l’ha concepita e la fisicita’ che la resa percepibile. Interiorita’ di una pittura che porta non solo a vederla, ma a pensarla.
Giorgio Flis dipinge l’incendiarsi del colore, dipinge un colore diventato fibra viva e scorticata, infiammata da una luminosita’ abbagliante. Potrebbe sembrare un paragone naturalistico il riferirsi alla fenomenologia dei rossi e dei gialli, all’ esplorazione
ostinata e stupefatta delle tinte calde, che traduce molti dei suoi quadri in un mosaico di cangianti tessere, ognuna di valore e di inclinazione diversa. Perche’ ogni dipinto di Flis è il contrario ella monocromia. E’ la moltiplicazione del colore all’infinito.
La stessa suggestione giunge di fronte a opere dalla dominante neutra, o notturna, o terrosa. Perche’ anche le ombre, le oscurita’, sono portate a una temperatura altissima. Il fatto è che in queste opere, sempre, il colore diventa calore, diventa qualcosa di incandescente e di dilagante. Il colore, qualunque colore, si traduce in energia. Come vetro fuso, ancora allo stato liquido, come fumo fuligginoso e sulforeo, la materia della pittura e sopratutto un dato dinamico.
E’ possibile che Flis si ponga tra i piu’ sottili indagatori del movimento cromatico, del colore come mondo in espansione, come elemento difusivum sui. Ma per l’autore la tela è una metafora della storia cosmica: della materia che si traduce nella forma degli angeli ribelli dopo la caduta. Non è casuale che gli artisti più amati dal pittore siano tutti segnati da un’ansia cosmica. Il Matisse della Danza, Il Fontana degli spazi siderali, le composizioni di Nicolas De Staèl. Il problema è quello di un’ esistenza cercata nel suo assuluto prima, o nel suo assoluto dopo, rispetto alle apparenze abituali. Non si sa’ se queste tele parlino di una rinascita o di una condanna Kafkiana.
Si intuisce solo se che si è difronte a un senso originario delle cose, ai loro minimi termini, alchemici o scentifici che siano, come se si vedesse la Terra al di sotto della crosta terrestre. Frammenti, segmenti, graffi non occupano il centro del quadro. Si rannicchiano in un’angolo, sono sospinti ai lati, come se fossero cacciati dai terrori della tela. La dialettica di queste opere si instaura allora fra l’apparizione di una luce illimitata e il nervosismo breve di una certa grafia. Così tali opere diffondono, laicamente, ma con nostalgia metafisica, la vita del tutto. Uno scenario senza fine, entro cui si è chiamati a recitare piccoli segni smarriti, rimasti per sempre privi di un copione.

Cinzia Tesio
(Storico dell’arte)

 

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