KARNOWSKI

INDAGINE ARTISTICA SUI SENSI MINORI

4 agosto 2019 ore 10.30 

PINACOTECA CIVICA

“Nodi che vengono al pettine: c’è un mondo da cui fanno avanti e indietro le storie prima che una porta si apra al loro bussare, prima che qualcuno le lasci passare.
Così nelle famiglie è il susseguirsi delle generazioni finché ogni parola non è stata detta, così nella famiglia Karnowski ognuno darà il suo contributo per raccontare versioni diverse di una storia sola, come da sempre fa l’uomo pur di non perdere l’eco della sua voce”

VALENTINA CEI

LE VOCI FUORI CAMPO

Tempo fa immaginai una casa su tre piani, di forme morbide e poco razionali, costata in manodopera anni e sudore, e architettata da uno dei suoi abitanti e proprietari.
Era una casa imponente, si stagliava su un giardino multicolor, e conteneva diverse abitazioni.
Non aveva un nome, allora, ed era abitata in maniera continuativa. solo da due coppie, mentre andavano e venivano, ruotando attorno al nucleo, 7 o 8 tra familiari vicini e lontani.
Riprendo in mano la storia della villa, e per mano vi ci porto.
Nacque l’idea, tra amici di vecchia data giunti alla linea d’ombra della tarda giovinezza , di costruire un luogo in cui vivere come familiari e in cui creare il futuro: ognuno il suo, e tutti insieme l’ignoto.
Messi insieme gli ambiti di interesse e competenza, ognuno aveva un contributo necessario e sufficiente da dare: chi era architetto, chi appassionata di colture spontanee e non, chi si occupava delle manutenzioni per mettere a frutto un genio non sfruttato nella professione, chi riuniva tutti attorno alla tavola con la leccornia del giorno, e metteva pace anche nei discordi.
All’inizio, tutto era entusiasmo e condivisione, poi arrivò il momento del ricalcolo delle distanze interpersonali, per stabilizzare infine i rapporti in un equilibrio dinamico di amori e disamori, lavagne piene di regole da infrangere e sorrisi complici alle spalle del terzo malcapitato,
La vita scorreva riunendo e separando e riunendo ancora, fino a che… fino a che non riuscii più a trovare il bandolo nella matassa delle molte descrizioni e pensai che il romanzo corale fosse troppo per me, allora.

(…)

PAMELA FANTINATO

ALBUM DI FAMIGLIA

“Tutte le famiglie felici si somigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”

Lev Tolsoj, Anna Karenina

Ho scattato la mia prima foto all’età di 5 anni, ritrae i miei genitori, seduti sulle sponde del lago durante una gita in montagna, mi guardano e sorridono.
Da quel giorno ho continuato a fotografare, la mia famiglia, i viaggi, i momenti felici, sì, solo i momenti felici, perché sono questi i ricordi che vogliamo trattenere nella nostra memoria e che riempiono album e scatole.

Credo che il mio lavoro sulle foto di famiglia sia iniziato proprio da quella foto scattata a cinque anni.

Ho raccolto per anni, frugando nelle bancarelle dei mercatini, le foto che ognuno di noi possiede e che conserva gelosamente, fino alla morte dell’ultimo custode della memoria quando nella migliore delle ipotesi finiscono proprio in qualche mercatino delle pulci.
Ed è stato osservando tutte quelle immagini che si mescolavano tra loro che ho capito che non c’era più differenza né di tempo né di luogo, tutte le foto ritraevano solo momenti felici, non solo delle famiglie felici, ma anche di quelle infelici. Attimi impressi per sempre, il matrimonio, i compleanni, la gita al mare o in montagna, le nascite. Tutti sorridenti davanti all’obiettivo.

Non ci sono morti, né tragedie negli album di famiglia.

Vorrei che questo mio lavoro non fosse solo mio, ma che diventasse un’opera di tutte quelle persone disposte a lasciare una foto, un proprio ricordo, per farlo diventare un momento felice della famiglia allargata collettiva.

ADRIANO ZANNI

SIAMO QUASI TENEBRA

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio.(…)

La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo. (Pessoa )

Qui non diventa mai tutto bianco, per quanto la neve divori ogni cosa, per quanto cielo e mare gelino insieme e il freddo penetri nel più profondo del cuore, dove abitano i sogni, lì il bianco non ha mai la meglio.

Siamo Quasi Tenebra

I monti incombono sulla vita e su queste case che si stringono una all’altra sulla lingua di terra. Viviamo nel fondo di una conca, il giorno passa, si fa sera, si riempie a poco a poco di tenebre, poi si accendono le stelle. Brillano in eterno sopra di noi, come se portassero un messaggio urgente, ma quale e da parte di chi? Cosa vogliono da noi? O forse piuttosto: cosa vogliamo noi da loro?

C’è ben poco di noi, oggi, che evoca la luce. Siamo molto piu’ Vicini alle tenebre, siamo quasi tenebra, l’unica cosa che ci resta sono i ricordi e poi la speranza che si è però affievolita, continua a poco a poco a estinguersi, e presto somiglierà a una stella fredda, un lugubre blocco di roccia.. Eppure un paio di cose sulla vita le sappiamo, e anche sulla morte, e possiamo dirle: abbiamo fatto tutta questa strada per incantarti e per smuovere il destino.

Ti parleremo di gente che viveva ai nostri giorni, più di cent’anni fa, persone che per te sono poco più che nomi su croci sghembe e lapidi rotte. Vita e ricordi che si sono consumati secondo l’implacabile legge del tempo. E’ questo che vogliamo cambiare. Le nostre parole sono come squadre di salvataggio che non rinunciano alla ricerca, il loro scopo è riscattare gli venti passati e le vite ormai spente dal buco nero dell’oblio, e non è compito da poco, ma può darsi che chissà , magari sul cammino trovino intanto qualche risposta e che salvino anche noi, prima che sia troppo tardi. Per il momento basta così, ti consegniamo le nostre parole, queste squadre di soccorritori smarriti e dispesi, insicuri del loro ruolo, tutte le bussole rotte, le carte geografiche strappate o superate, ma tu accettale comunque. Poi staremo a vedere.  (Jón Kalman Stefánsson)

Siamo Quasi Tenebra è FOTOGRAFIA DI PAESAGGIO, è PAESAGGIO SONORO, è un progetto sul paesaggio interiore che utilizza il pretesto di un viaggio e trae spunto dalla lettura di un libro per fare bilanci, per guardare indietro verso ciò che è stato e per meditare su quanto ancora manca per arrivare a destinazione e per dipingerne la COLONNA SONORA

BARBARA FORLAI

LIASION

Il desiderio della viva voce abita ogni poesia in esilio nella scrittura“, ha scritto Paul Zumthor, “ogni poesia aspira a farsi voce“, e secondo Ungaretti solo la voce fissa il testo poetico nella sua forma definitiva, oscurata dal silenzio della scrittura.
La presenza della voce è il dato primario costitutivo del linguaggio poetico, il suono come base del verso, e l’impulso originario inconscio della creatività poetica stessa.
La pratica della lettura ad alta voce, esperienza performativa che appartiene principalmente alle ragioni e alle modalità della scrittura piuttosto che alla recitazione comunemente intesa, ci riconduce alle radici profonde del testo poetico, a quella genesi vocale (corporale) che distingue il genere poetico dagli altri generi letterari: “la lettura ad alta voce è una fisica della poesia“, ha scritto Paul Eluard.
Lo studio e l’esercizio pratico del lettore in versi si svolgono nell’officina linguistica del poeta, cercando di riattivare e riattualizzare, con l’esecuzione vocale, la voce del testo, gli elementi prosodici, ritmici, metrici, che la giacenza tipografica e l’abitudine alla lettura silenziosa tendono a porre in secondo piano.
La lettura di Barbara permetterà di prendere coscienza degli impulsi emotivi psicofisiologici che stanno alla radice della creatività letteraria, rendendola operativa: performativa.
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JIMMY RIVOLTELLA

CITOFONARE “K”

Ognuno di noi ha un album di famiglia a casa: nel sottotetto, in libreria, conservato in un cassetto.  Quegli album che contengono le foto dei nostri primi passi, delle feste con i parenti, delle vacanze al mare.

Ma forse tutti non hanno un album di famiglia appartenuto ad un’altra famiglia. Jimmy ha avuto questo privilegio. Un album intero di una famiglia Veneziana regalato da un’amica che a sua volta l’ha ritrovato, durante una ristrutturazione di un immobile, in uno scantinato.

A volte, già quando guardiamo le foto appartenenti alla nostra famiglia con difficoltà ricordiamo quei momenti, e a fatica proviamo lo stesso a immaginarli, a ricostruirli nella nostra memoria magari chiedendo aiuto a parenti ed amici protagonisti.

Ancora più difficile immaginare i momenti di altre persone, per di più sconosciute. Per il progetto Karnowski, Jimmy si traveste da storyteller e comincia ad intrecciare memorie private e collettive in un grande insieme di poesia. Attraverso l’uso del collage, del photocollage, della string art (ricami e texture) vuole ridare una via di fuga ai personaggi delle fotografie.

Nasce cosi un nuovo album fotografico, più che personale, un album di famiglia allargata. Jimmy  crea un dialogo con i soggetti delle foto ritrovate, una collisione temporale tra presente e passato nella quale il ricordo dell’artista si intreccia con quelli impressi nelle fotografie.

TATIANA FENOGLIO

STORYTELLING OF THE STORM

Karnowski, una vita una famiglia una tempesta

L’installazione aerea e interattiva narra il suono della tempesta, racconta le turbolenze che abitano l’interiorità di karnosky e  disegna il rumore di sottofondo che qualifica la sua famiglia…frastuoni, sibili, silenzi, boati, un rumore scuro che, strisciante, ha attraversato l’intera sua vita, da quando ne ha memoria. E poi: il padre un tuono dirompente, la madre  un soffio costante, il fratello maggiore un fragore incostante, che gli ha insegnato a difendersi.

L’impianto è un prototipo di un’installazione più ampia. Ispirata ai thunder drums (antichi strumenti orientali che riproducono il suono di una tempesta) è realizzata con materiali di recupero quali tubi di cartone, membrane di plastica, molle sorretti da una corda oscillante che ne permette il movimento, la vibrazione, il suono. In questo prototipo l’osservatore è chiamato ad interagire non solo immergendosi nel suono della tempesta, ma aiutandone l’oscillazione…

ALBERTO BRUSA

C’EST LA V!

La sintetica visione del viaggio della vita: delle persone, delle famiglie,

delle generazioni, in una grande lettera V.

Due aste leggermente inclinate ed unite convergenti in basso, ma allo

stesso tempo aperte in alto verso il “volo” dell’esistenza.

Qualunque siano i momenti vissuti o le storie narrate, le grida di aiuto o gli

slanci vitali, “C’est la V!” è un contenitore che racchiude in sé due visioni

molto diverse della vita: una metà della Vpiù lineare ed uniforme e l’altra,

speculare, più spigolosa, incerta e colorata.

In realtà, sappiamo che i confini non sono mai veramente definiti: viviamo

prove a volte difficili, spesso interessanti, che da sempre costruiscono e

mantengono saldi i pilastri della memoria.

Work in progressper eccellenza: “C’est la V!

SIMONETTA PEDICILLO

PERDONA L’ORA TARDA

Casal di Principe 1981.

Su questa foto c’è lo sguardo di mio nonno, l’ha scattata lui fissando per sempre un momento di gioia e amore. Il muro sullo sfondo è quello della casa di infanzia di mia madre e dei suoi fratelli, io sono stata lì due volte nella mia vita e ricordo bene quella striscia di vernice azzurra le ringhiere del ballatoio e l’albero di limoni.

Le mie origini.

Sono molto fiera delle mie origini mediterranee che porto nel profilo del mio volto. Questo autoscatto mi ricorda l’isola che mi porto dentro. Si chiama Candia, mi diceva la nonna, ma qui la chiamano Creta.

Nel corridoio dell’ospedale le uniche tre sedie stavano posizionate poco distanti da queste mattonelle rotte.  Ogni giorno sedevo qui e le guardavo, poi contavo i passi  fino alla sua stanza. Mi hanno fatto compagnia per tutto il tempo. In mezzo a tutti quegli incastri ordinati loro stavano lì rotte esattamente come lo ero io.

Questo mi è stato di conforto.

SABINE KORTH 

L’artista tedesca Sabine Korth riattualizza in forma immaginifica e narrativa il fotomontaggio, tecnica espressiva ehe fiori proprio in Germania durante la fertile stagione delle avanguardie. Nella vita e nelle immagini compie un viaggio da Sud a Nord. Luoghi, volti, animali, oggetti, segni appartenenti all’Egitto, al Messico, al Venezuela, a Cuba, alla Costa d’Avorio, al Ghana, allo Zimbabwe si uniscono a formare composizioni fantasiose attraverso le quali giunge ai nostri occhi quel Sud del mondo che poco o nulla conosciamo. ln un secondo stadio del lavoro Sabine Korth mescola le immagini del Sud del mondo con immagini del Nord, quelle delle nostre citta europee, inventando nuove realta visive che alludono alla commistione reale di culture che caratterizza la nascente societa multietnica. Un viaggio ideale che congiunge forme culturali diverse e propone una riflessione sul tema non attraverso la c1assica forma della documentazione ma attraverso una forma creativa che vuole toccare in modo diretto il nostro immaginario.

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