Di solito quando mi appresto a scrivere un testo mi sommergo di libri, appunti vari presi qua e là, scelgo il sottofondo musicale più idoneo al momento e come un collagista d’altri tempi lascio che il caso faccia il suo corso.
Oggi accanto a me un saggio di Perniola, “il bello” di De Ruvo, l’ultima fatica di Slovoi ZiZek e “Panino al Prosciutto” di Bukowski.
Non perdiamoci in chiacchiere.Veniamo a noi. Kristina Ramone. Artista silenziosa che indaga l’immaginario contemporaneo (forse il suo) trasformandolo in un meccanismo complesso.
Per certi versi i suoi quadri parrebbero una sorta di traslitterazione per mezzo del colore del cosiddetto “realismo isterico”.
Una sorta di scrittura trasversale caratterizzata da immagini lievemente distorte (quasi patologicamente) personaggi maniacali in acqua e sott’acqua, sottili digressioni (poche) e innocenti trasgressioni.

Apro una parentesi doverosa.
La prima cosa che ho appreso dai libri di Pareyson e Perniola fu quella di tenere rigorosamente distinti i tre discorsi teorici dell’arte. La critica, la poetica dell’opera d’arte e l’estetica nella sua definizione più pura. Da quello del vecchio Buk di essere più easy e da quelli di Zizek di gustarmi il mio tempo.
Perché questa pausa riflessiva?
Il critico, il curatore, i filosofi d’arte sono in qualche modo costretti a parlare, a scrivere. E’ il loro mezzo di espressione. L’artista con la sua arte è invece un corpo tacente (invidiato dai curatori/critici).
L’opera “parla” già da sola. E un ulteriore voce si rivelerebbe inutile oppure persino fuorviante.
Io ho provato ad “estorcere” una confessione ad un artista che con i suoi quadri urla a sufficienza i suoi messaggi. E’ fin troppo diretta e vive benissimo i suoi tempi!
Ogni sua parola sarebbe risultata superflua e non sarebbe servita ad accrescere la maestria della sua pittura.
Chiedo venia per aver cercato di togliere potenza alle opere della Ramone.
Per aver cercato di limitare la sua pittura che si è impossessata di sé e dei suoi codici senza nascondersi dietro ad altri linguaggi o in altrove dissimulazioni.

Torniamo a noi.
Ramone usa un linguaggio semplice, puro.
L’immagine è come si sovrapponesse a qualcos’altro, quasi come in una finzione. Ma è tutta realtà.
Nuda e cruda. Ma vera.
Non ci sono fonti d’ispirazione. E’ il mondo stesso, il quotidiano che vi entra dentro con le sue distorsioni ed annebbiature con le banalità e le curiosità di tutti i giorni.
Ramone cerca con i suoi primi piani di portarti su altri livelli. Su un’altra dimensione. Forse più ovattata, più sicura.
Forse ci chiede solo un po’ di silenzio. Di chiudere gli occhi davanti a “Valeria” e non pensare a niente. Di non cercare a tutti i costi di decodificare con la logica una narrativa lineare.
Lasciamoci galleggiare nella memoria di chi con la sua pittura riesce a farci “vedere” l’invisibile.

Un’intervista mancata è una critica ben riuscita.

C.L.

 

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