La via dolorosa

La via dolorosa

Si è svolta sabato 28 e domenica 29 marzo tra Cinisello Balsamo e Sassari la prima tappa performativa del progetto #ThisMustBe_U di Claudio Lorenzoni e Valentina Cei.

La via dolorosa nasce da una soglia: quella evocata dalla Scala Santa, dispositivo verticale della memoria e del dolore, i cui ventotto gradini – secondo la tradizione – furono attraversati da Gesù nel passaggio verso la condanna, sotto lo sguardo di Ponzio Pilato.

Nel tempo, questo attraversamento si è trasformato in gesto rituale: una salita non più eretta ma genuflessa, un avanzare che rinuncia alla postura del dominio per assumere quella della vulnerabilità. La storia stessa della scala – preservata fino al punto che Papa Sisto V ne impose un montaggio “rovesciato”, dall’alto verso il basso – testimonia una tensione tra sacralità e interdizione, tra accesso e distanza.

È in questo scarto che la doppia performance si inserisce.

Non come rievocazione, ma come dislocazione.

La via dolorosa costruisce un dispositivo performativo duale in cui il rito viene sottratto alla sua dimensione liturgica e riattivato come esperienza incarnata, aperta, traducibile. Due pratiche – la scrittura e la corsa – si sviluppano in parallelo, senza gerarchia, condividendo un medesimo campo di intensità: quello della durata, della ripetizione, dell’attraversamento.

Da un lato, la scrittura di Valentina Cei si configura come un atto di permanenza dentro il linguaggio. Non descrive l’esperienza, ma la espone. Si muove per accumulo e frattura, cercando un punto di contatto tra ciò che può essere detto e ciò che resiste alla chiamata:

«Per andare avanti, ci vuole qualcosa che resti da fare, infatti.

Come capirsi, come volersi capire, ad ogni costo, per sentirsi insieme.

Ci vuole la morte, per sentirsi vivi.

Ci vuole l’indicibile, per aver voglia di parlarsi ancora

La parola qui non chiarisce: insiste. Rimane.

Dall’altro, la performance podistica di Claudio Lorenzoni introduce una linea orizzontale che sostituisce la verticalità della scala. Correre per dodici ore (a Cinisello Balsamo in occasione del Campionato Italiano delle 12 ore su strada) significa abitare una temporalità estesa, in cui il corpo si svuota progressivamente di intenzione per farsi gesto reiterato, quasi liturgico. La penitenza non è rappresentata, ma praticata come consumo e trasformazione dell’energia.

Tra questi due poli – linguaggio e resistenza – si apre uno spazio terzo: una “chiesa alternativa” priva di centro e di dogma, in cui il rito si ricompone come struttura relazionale. Non c’è ascesa, ma attraversamento. Non c’è redenzione, ma esposizione.

La Via Crucis, qui, non è più sequenza di stazioni ma campo diffuso di esperienza.

Un sistema aperto di corrispondenze:

la salita si fa corsa,

la corsa si fa scrittura,

la scrittura si fa corpo.

La via dolorosa non propone una narrazione del dolore, ma una sua pratica. Non cerca il significato, ma la soglia in cui il significato si incrina.

È in questa incrinatura che emerge la sua dimensione politica e poetica: quella di una condizione umana condivisa, in cui perdita, paura e persecuzione non sono eccezioni ma coordinate. E tuttavia, dentro questa stessa condizione, persiste un impulso minimo e irriducibile: quello a continuare, a dire, a restare in relazione.

Come un gradino che non si supera.

Come un passo che non si interrompe.

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La prossima tappa sarà il 9 maggio 2026.

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