Si chiude con una performance diffusa tra Santo Stefano Belbo e Torino il progetto #ThisMustBe_U che nel 2026 ha visto Claudio Lorenzoni e Valentina Cei correre e scrivere nel nome di Cesare Pavese.
Il 27 e 28 giugno 2026 al Pavese Festival l’ultramaratoneta Claudio Lorenzoni e la scrittrice Valentina Cei daranno vita all’ultimo atto del progetto performativo #ThisMustBe_U, tra ultramaratona, arte e scrittura creativa.
In un ritorno simbolico alle radici del progetto #ThisMustBe, l’ultramaratoneta Claudio Lorenzoni correrà da Santo Stefano Belbo a Torino, mentre la scrittrice Valentina Cei realizzerà una performance di scrittura in tempo reale nei luoghi pavesiani. Un’azione corale impreziosita dalle opere di Severino Magri, Bruno Biddau e Davide Fasolo e dalla performance Futuro composto di Tiziana Menegazzo. Un viaggio inverso tra memoria e territorio che trasforma il gesto atletico in parola e confluirà in una pubblicazione finale con testi, immagini e tracce dell’esperienza.
Quest’ultima tappa (che segue #LaViaDolorosa e #TuYouAlwaysForever) segna il ritorno del duo Lorenzoni–Cei dopo l’esperienza del 2021, quando diedero vita alla prima azione di #ThisMustBe nella quale Claudio Lorenzoni corse dall’hotel Roma di Torino fino a Santo Stefano Belbo, mentre la scrittrice Valentina Cei trascorse l’intera durata dell’ultramaratona scrivendo in una “grotta” in Sardegna. Due gesti distanti nello spazio ma uniti dallo stesso tempo creativo. Il 27 e 28 giugno, i due artisti tornano simbolicamente “a casa”, ripercorrendo in direzione inversa quel viaggio ideale tra letteratura, paesaggio e memoria.
I materiali prodotti durante la performance saranno condivisi sui canali digitali del progetto e confluiranno successivamente in una pubblicazione finale che raccoglierà testi, immagini e tracce dell’esperienza.
Le opere
Scopri di più sul contributo degli artisti coinvolti, cliccando sul titolo di ciascuna opera:
Ti aspetto – Severino Magri
Così Severino Magri introduce così il suo lavoro: «È un’opera che nasce dalla ricerca della trasparenza e della leggerezza dei materiali, pur con un approccio fortemente materico. Per realizzarla, ho scelto fogli di resina semitrasparente, un supporto povero ma performante, sul quale ho ritagliato due sagome dipinte in blu acrilico e resina».
L’opera scultorea, leggera nella fisicità ma intensa nel concetto, è composta da due sagome, in simbiosi e poste una di fronte all’altra, sono unite da distanziali in ferro e arricchite da inserti adesivi color verde fluo, creando un dialogo tra geometria e percezione cromatica.
Intitolata Ti aspetto, l’opera trae ispirazione dalla forma della lettera “U”, simbolo di incontro e abbraccio sospeso, non ancora realizzato, in una dimensione onirica di attesa. Come scrive Pavese nella sua poesia Incontro: «L’ho creata dal fondo di tutte le cose che mi sono più care, e non riesco a comprenderla».
Le due figure che compongono la “U” custodiscono una memoria atavica e un respiro in movimento, creando un dialogo sia tra le sagome stesse, sia con chi si avvicina all’opera. La trasparenza accentua la loro funzione di tramite verso un cielo lontano, trasformando l’oggetto in uno spazio poetico e partecipativo.
Con Ti aspetto, Magri invita lo spettatore a vivere e sognare dentro la forma della “U”, esplorando il senso di attesa, il desiderio di incontro e la leggerezza del momento sospeso tra realtà e immaginazione.
L’opera verrà esposta in anteprima al Pavese Festival 2026 il 27 giugno.

Ciò che resta – Bruno Biddau
Bruno Biddau, dopo aver fotografato gli oggetti trovati da Lorenzoni durante il suo peregrinare podistico e aver trasformato questi ritrovamenti in simboli del “tempo perduto” — non inteso come spreco ma come occasione per convertire le esperienze esterne in esperienze interiori — concentra ora la sua attenzione su un oggetto particolare: le lattine trovate da Lorenzoni durante il suo viaggio di ritorno.
Perché proprio la lattina?
La lattina è innanzitutto un contenitore: un oggetto che ha custodito qualcosa — una bevanda, un gesto quotidiano, un momento di pausa — e che, una volta svuotato, resta come traccia di un passaggio umano. È un oggetto comune, quasi invisibile, ma proprio per questo carico di possibilità simboliche: rappresenta il consumo, il transito, la fine di un gesto.
Schiacciare la lattina significa trasformarla. Il gesto ne modifica la forma originaria, riducendola a una superficie piegata, compressa, quasi astratta. In questa trasformazione l’oggetto perde la sua funzione pratica e diventa segno: un frammento di esperienza, una traccia del tempo trascorso. La lattina schiacciata diventa così una piccola scultura involontaria, un residuo della vita quotidiana che porta con sé la memoria del gesto che l’ha prodotta.
Dopo averle schiacciate, Biddau le colora di nero. Non è un nero inteso come colore del lutto, ma come nero neutro, un nero che sospende il significato originario dell’oggetto. Coprendo marchi, scritte e colori commerciali, il nero sottrae la lattina alla logica del consumo e la restituisce a una dimensione più essenziale. Il nero diventa quindi una sorta di superficie di azzeramento, uno spazio visivo che rende l’oggetto anonimo e disponibile a una nuova lettura.
Successivamente Bruno fotografa una parte della lattina con una Polaroid e incorpora l’immagine direttamente sull’oggetto stesso. In questo modo si crea una continuità tra oggetto e rappresentazione: la lattina reale e la sua immagine convivono nello stesso spazio, come se il frammento fotografico fosse un riflesso della sua memoria.
L’oggetto diventa così allo stesso tempo corpo e immagine, presenza materiale e traccia visiva. Attraverso questo processo Biddau non cerca la storia di chi ha lasciato la lattina, ma la forma che il tempo, il gesto e lo sguardo imprimono agli oggetti, trasformando anche un elemento minimo e marginale in un luogo di riflessione e di memoria.
Le opere realizzate verranno esposte in anteprima al Pavese Festival 2026 il 27 giugno.

Maschere di Davide Fasolo
Dentro la maschera scelta per la cover del progetto non si cela un semplice volto alternativo, ma un paesaggio interiore: un territorio attraversato da memorie, cadute, ritorni e trasformazioni. Le maschere di Davide Fasolo si muovono lungo questa soglia sottile tra ciò che viene nascosto e ciò che, proprio attraverso il nascondimento, riesce finalmente ad emergere. Ogni maschera custodisce tracce di vite vissute, distrutte, destrutturate e poi ricomposte; identità fragili, talvolta storte, incomplete, ma ancora presenti, ancora vive.
In questa maschera riaffiora anche l’eco poetico di Cesare Pavese, soprattutto nella sua idea del ritorno come esperienza esistenziale e non solo geografica. Come nei suoi paesaggi interiori delle Langhe, anche qui il viaggio coincide con un attraversamento della memoria e delle proprie ferite. Pavese scriveva che “un paese ci vuole”: nella maschera di Fasolo quel “paese” sembra diventare il volto stesso, luogo simbolico dove si depositano assenze, radici, crolli e possibilità di rinascita.
La maschera, da sempre, non è soltanto un travestimento: è uno strumento di comunicazione profonda. Nata nei rituali arcaici come tramite con il sacro e con l’invisibile, attraversa il teatro antico e la Commedia dell’Arte fino ad approdare alla contemporaneità come simbolo ambiguo e necessario. Copre per rivelare. Nasconde per rendere visibile ciò che normalmente resta in ombra.
Nel lavoro di Fasolo questa ambivalenza si amplifica: la maschera diventa pelle emotiva, archivio di esperienze, geografia dell’anima. Le superfici sembrano custodire ferite, stratificazioni, crolli e ricostruzioni; non cercano perfezione formale, ma autenticità. È proprio nella deformazione, nella frattura, nell’asimmetria che emerge la verità dell’essere umano. Una verità profondamente pavesiana, fatta di solitudine, di silenzi e di ritorni impossibili, ma anche della necessità ostinata di continuare a esistere.
Qui la maschera non coincide con la finzione, ma con il ruolo necessario attraverso cui l’individuo si confronta con il mondo. Dietro ogni volto costruito sopravvive una dimensione più fragile e profonda: desideri, paure, memorie, ombre. La maschera di Fasolo vuole interrogare lo spettatore, invitandolo a riconoscere le proprie fratture interiori e a trasformarle in presenza.
Più che nascondere, queste maschere testimoniano. Sono resti e rinascite. Sono il segno visibile di un ritorno a sé — quel ritorno fragile e necessario che, come nella poetica di Pavese, coincide sempre con la ricerca di un’origine perduta e di una verità umana ancora possibile.
Il 27 giugno l’autore performerà in diretta al Pavese Festival 2026.

Futuro composto – Tiziana Menegazzo
La performance Futuro Composto di Tiziana Menegazzo nasce da una domanda semplice e radicale: che cosa deve accadere perché il futuro possa esistere davvero come spazio condiviso?
Viviamo in un tempo in cui il futuro viene spesso raccontato come qualcosa da temere, prevedere o controllare. Futuro Composto prova invece a immaginarlo come un atto collettivo: un esercizio di desiderio, responsabilità e linguaggio.
Per questo chiediamo ad ogni persona di donarci una sola parola. Un aggettivo. Una qualità. Un’intenzione.
Ogni parola raccolta verrà stampata e tutte assieme diventeranno un futuro composto affidato al vento del Bricco delle Allodole di Camo.
Perché il futuro non sia proprietà privata. Non appartenga a pochi. Ma diventi una pratica comune: un modo di fare umanità insieme.