Matteo Rebuffa

Dicci chi sei, cosa fai nella vita di persona e nella vita di artista e come mai sei qui.

Nome: Matteo, Cognome: Rebuffa.
Stato geografico: biellese trapiantato a Barcellona da 6 anni.
Professione: anche il fotografo.
La vita la cerco di vivere di persona, quale sono. Artista, a partire da adesso, lo elimino durante tutte le risposte.
Tutt’ora mi dedico a qualsiasi tipo di attività pur di poter aver il tempo e i fondi per continuare i miei progetti fotografici.
Ho un rapporto ambivalente con la fotografia. Da un lato la considero un mezzo per catturare, in modo viscerale e intuitivo, le mie esperienze personali. Mi permette  di iniziare un viaggio, non sempre lineare, attraverso concetti astratti, ma tangibili, come l’assenza, la memoria e la morte. Dall’altro lato, è uno   strumento che mi permette d’indagare visualmente la complessa relazione tra l’essere umano e l’ambiente che lo circonda.
Sono qui perché qualcuno ha creduto in me, ritenendo che il mio lavoro possa essere presentato in questo contesto, il quale, a mia volta, ritengo essere un’eccellente iniziativa realizzata per i cittadini e non per i soliti addetti ai lavori burattinai.

Presentati con un’opera d’arte del passato di qualche grande (o non grande) artista e dicci il perché della scelta.

La magia della fotografia stenopeica di Ilan Wolff. Autore israeliano che ha iniziato la sua sperimentazione fotografica negli anni 80 del Novecento, quindi autore del passato prossimo, direi. Lui ha vissuto dentro la sua “Camara” fotografica (un furgone van al quale era stato praticato un foro laterale per far entrare la luce ed impressionare la superficie all’ interno del medesimo dove era stato sistemato materiale sensibile). Lui è entrato fisicamente dentro le sue immagini, interponendosi tra l’oggetto da fotografare ed il piano sensibile, all’interno del van. L’atto fotografico vissuto in tutta la sua fisicità. Un artigiano della fotografia. Da sempre fedele alle sue intuizioni. Ho avuto modo di conoscerlo, bastò una semplice mail e venne a Barcelona dove tentammo di organizzare dei workshops che poi sfortunatamente non si concretizzarono. E’ un personaggio genuino, lontanissimo dai viscidi meccanismi dell’ambiente fotografico contemporaneo. Anche se ho visto che ultimamente sta riproducendo con stampe digitali il lavoro prodotto anteriormente con materiali analogici.. Se dovessi scegliere una sua serie, direi quella realizzata ai monumenti parigini, datata 1997.

La cosa che non sopporti e la cosa che ami nel mondo dell’arte.

Non ne condivido il mercantilismo promosso da case d’asta prive di scrupoli, galleristi senza criterio e critici assoldati alla causa. Purtroppo é un meccanismo che funziona fin dal Rinascimento, ovvero il bottegaio talentuoso che produce opere incaricate per soddisfare i gusti del Potere. Tutto ció che viene concepito come creativo dovrebbe smuovere coscienze (o sensazioni), e non biglietti colorati di diversi tagli e dimensioni. Supporto tutto ciò che si produce in modo coerente ed indipendente, fuori dalle tendenze create ad hoc per vendere. Mi entusiasmano i progetti creati pensando alla gente, produzioni di uso comune e non destinati ad una ristretta élite. Quest’idea si è andata formando poco a poco, è maturata con l’esperienza e tramite il contatto diretto con i canali principali di fruizione del mondo “dell’arte”. Ha notevolmente influito sul mio modo d’intraprendere nuove creazioni, favorendo la ricerca di un giusto equilibrio tra forma di espressione libera, soggettiva, personale VS oggettività e utilità sociale. I due poli possono coesistere.

La persona o l’evento che ti ha cambiato la vita (a livello artistico).

Non una ma alcune persone. Inconsciamente saranno di piú. Freud me lo avrebbe potuto confermare. La prof di italiano alle superiori che ci spingeva nel cranio la letteratura decadente ed il simbolismo, un docente di storia del cinema all’universitá che mi ha fatto convertire la TV in un acquario, un fotografo italiano le cui immagini mi folgorarono durante una proiezione al circolo dei fotografi amatoriali del paese, che poi ho incontrato personalmente a Barcelona sotto le vesti di mio tutor durante un master. Il mondo é piccolo ma colmo di grandi figure, come Weekend in a Morning che produce da sempre immagini visionarie e potenti.

Hai già visto Camo? Che impressione ti ha fatto?

Sí, grazie a Google Earth e Street View. Mi é sembrato un pó troppo bidimesionale dal monitor: sono sicuro che di persona in 3D sarà un’ottima esperienza la sua scoperta.

La tua opera biglietto da visita?

L’immagine che propongo, non é propriamente il mio biglietto da visita ma una piccola anteprima di un progetto che da diversi anni cerco d’avviare ma immancabilmente finiscono i fondi necessari. Quindi approfitto di questo spazio concessomi per illustrare il contenuto del medesimo. Si tratta di un’investigazione fotografica sui ponti europei, ritrattati sia come memoria storica collettiva sia come elementi simbolici che rappresentano il passaggio da un stato all’altro. Indicano un cambiamento sociale, economico e mentale. Lo considero un progetto altamente attuale e spero prima o poi di poterlo portare a termine sotto forma di produzione editoriale.

Museo a Cielo aperto. Come lo vedi il cielo sopra il progetto? 

Su di lui nemmeno una nuvola.
Ottima iniziativa. Ultimamente sto lavorando su progetti che hanno come obbiettivo avvicinare la comunità locale al territorio tramite l’uso di discipline creative.
Spero che per la gente di Camo e dintorni, il MCA sia un punto di partenza e non d’arrivo.

Anteprima sul tuo lavoro che esporrai.

Si tratta di un dittico dal titolo “La consistenza della materia”. Un’interpretazione – riflessione sulla percezione del concetto di micro e macro. Su come percepiamo la realtà fisica che ci circonda e trattiamo di scomporla in piccoli frammenti. Attraverso la doppia esposizione fotografica condenso in una sola immagine il paesaggio con la parte organica che lo costituisce. Fino ad ora le mie produzioni hanno sempre avuto un corpus d’immagini superiore a 10 elementi, in questo caso credo che il concetto che ho voluto esprimere si possa sintetizzare in un paio d’immagini. Non é il mio tipico modus operandi ma sono contento del risultato ugualmente.

Cosa saresti se non avessi fatto l’artista?

Ribadisco il concetto espresso all’inizio. Il mio modo d’essere non si riconosce nella parola “artista”. La considero inflazionata, vuota di qualsiasi valore. Preferisco usare il termine “autore” o “creativo” come lo potrebbe essere il cuoco dell’osteria del paesello X. I veri “artisti” sono gli “artisti della vita” quelli che sanno arrangiarsi  nelle condizioni avverse, quelli che usano l’armadietto della piscina come dispensa, le docce pubbliche come bagno privato per poi uscire quando lo stabilimento balneare chiude i battenti a fine giornata. La seguente opera “artistica” sará ripresentarsi in piscina il giorno seguente senza perdere la dignitá. Questi sono le nuove generazioni di “artisti” che vedo nel mio quartiere giorno dopo giorno.

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CURATORE Claudio Lorenzoni